Caccia agli alberi

Un percorso per scoprire gli alberi caratteristici del luogo in modo divertente e interattivo. Per giocare vieni a trovarci e prendi la mappa. Alla fine torna per ricevere il tuo premio!

In questa pagina troverai anche gli approfondimenti su ogni albero protagonista del percorso con approfondimenti, leggende e curiosità.

Buona scoperta e buona passeggiata!

Qualche infirmazione di base utile per il riconoscimento!

“Ogni” viaggiatore dovrebbe essere anche un botanico, perché le piante costituiscono la maggior bellezza di tutti i paesaggi” Charles Darwin

Castagno

CASTAGNO – Castanea sativa Mill.

“Tu, pio castagno, solo tu, l’assai

doni al villano che non ha che il sole;

tu solo il chicco, il buon di più, tu dai

alla sua prole” (Giovanni Pascoli)

Il castagno è quella pianta 

che dall’uomo, tutta quanta 

si utilizza, intera e infranta,

in molteplici maniere”. 

Salvatore Paiotti (1936):

Ecco l’albero del pane delle nostre montagne! In effetti il valore nutritivo delle castagne è simile al frumento.

Le castagne, seccate col fuoco per esser trasformate in farina, hanno nutrito i montanari fino all’ultimo dopoguerra.

L’albero è caratterizzato da lunghe foglie lanceolate (a forma di lancia), seghettate e portate alterne sui rametti. 

E’ specie monoica, cioè ogni albero porta sia fiori maschili che femminili. Quindi ogni pianta a maturità produrrà frutti.

La fioritura del castagno è tardiva, in giugno!

E’ specie molto longeva, arrivando facilmente a superare i 500 anni di età.

La pianta è importante per le api, che bottinano nettare e polline, ma anche in parte melata. In particolare in estate è spesso l’unico polline che le api raccolgono, le cui palline sono di colore giallo acceso.

Modi di dire e leggende

  • “Togliere le castagne dal fuoco” fa riferimento ad una favola di La Fontaine (“La scimmia e il gatto”). Una scimmia, Bertrand, e un gatto, Raton, stanno davanti al fuoco e guardano con l’acquolina in bocca una bella manciata di castagne che arrostiscono sulle braci. “Ah – dice Bertrand – se io avessi una zampetta adatta come la tua! non resisterebbero a lungo, quelle castagne!” Raton non se lo fa dire due volte: con la sua zampetta, delicatamente, rovista un po’ nella cenere, poi ritira “le dita” per non scottarsi, poi dà un’altra zampata. E in questo modo, a poco a poco, fa cadere dalle braci ben tre castagne, che Bertrand si affretta a croquer, cioè a sgranocchiare ma, è evidente, anche a scroccare (escroquer). Sopraggiunge una domestica, l’operazione deve essere sospesa e il povero Raton, dopo aver tolto le castagne dal fuoco a beneficio di Bertrand, rimane a bocca asciutta. 
  • Una leggenda racconta che, tanto tempo fa, le castagne non avevano il riccio, ma erano appese ai rami come le mele. Un giorno tre castagne decisero che quell’inverno non volevano soffrire né il caldo né il freddo e quindi andarono dal castagno più vecchio, per farsi dare un consiglio. Gli chiesero come potevano risolvere il loro problema e l’albero rispose, dicendo di chiamare i ricci del bosco e dirgli di portare i loro amici morti. Le castagne fecero come gli aveva detto il grande castagno, portarono gli amici ricci morti, gli tolsero la pelliccia spinosa e la avvolsero sulle castagne. Da quel giorno le castagne ebbero il riccio.
  • Un’antica leggenda racconta che una volta ci fa un padrone così avaro che credette bene di negare ai poveri quella terza castagna che la natura mette nel riccio per loro, sostenendo che essi non fanno nulla per la cura delle piante e della selva. Ma quando arrivò il tempo del raccolto, ogni tre frutti egli ne trovò una marcia. Nonostante ciò il padrone non volle cambiare idea e finì per dar colpa alla stagione che era stata troppo piovosa. L’autunno successivo accadde ancora che ogni riccio, per quanto di bell’apparenza, contenesse sempre due sole castagne. Purtroppo l’avaro, invece di intendere la lezione, accusò il contadino di averlo derubato e lo licenziò. Il terzo autunno decise di curare personalmente la raccolta, ma trovò che i cardi contenevano una sola castagna, mancando proprio quelle destinate ai poveri e al contadino. Né questo fu l’unico danno per il padrone che, essendo da solo a lavorare nella selva, non fece in tempo a raccogliere i frutti prima che cadesse la neve. Le castagne ghiacciarono ed andarono a male, tant’è che neppure le bestie le vollero mangiare. Sembra che questa volta la lezione giovasse, così che i ricci tornarono ad avere 3 frutti: 1 per il padrone, 1 per il contadino e 1 per i poveri. In qualche cardo però si può trovare talvolta anche una quarta castagna, ma a chi vada quest’ultima non è stabilito nella leggenda. C’è chi pensa che sia per i ghiri, i topi e gli altri abitanti del bosco, i quali “non seminano, non  mietono,  né raccolgono in granai”, ma fanno parte di un ecosistema antico e perfetto che ha regolato da sempre la vita della selva e della sua gente.

Cerro

Cerro – Quercus cerris L.

“Tutte le volte che ho cercato di immaginare una sembianza per l’essere divino, mi è venuta in mente la forma di una quercia”

Susanna Tamaro

Fa parte della stessa famiglia di faggio e castagno, le fagaceae. Mentre il castagno presenta 3 semi all’interno della cupula, e il faggio 2, le querce presentano un seme singolo, la ghianda.

Nel caso del cerro, la cupula è facilmente distinguibile perché ha squame ricciolute.

La foglia del cerro si può riconoscere al tatto perché è ruvida come cartavetra.

Le querce sono interessanti per le api, sia per la raccolta di nettare che di melata.

Pare che le ghiande di cerro vengano scartate dai maiali, perché indigeste.

Le ghiande venivano usate in tempi di carestia per ricavarne una farina alimentare (di modesta qualità) e un sostituto del caffè.

Il legno viene usato in particolare per costruire manici.

Nella tradizione

La quercia era per i Greci l’albero cosmico, in grado di collegare la terra e il cielo, come per i popoli nordici il frassino.

In epoca arcaica alla quercia, comparsa sulla terra molto prima di loro, si attribuiva l’origine degli uomini.

Faggio

Faggio – Fagus sylvatica L.

“Cerchiamo allora la poesia, per rendere romantico l’eterno addio delle sue foglie che, come fragili dita tese ad afferrare il cielo, restano nel loro breve picciolo,  quando l’estate si stanca e nell’abbondante lettiera china il capo e riposa.”

Franco Ganovelli

Appartiene alla stessa famiglia del castagno e delle querce, le fagaceae appunto. Infatti produce un frutto simile: la faggiòla. Mentre nel riccio ci stanno in genere 3 castagne e la ghianda è singola, le faggiòle sono sempre in 2.

Il faggio tende a formare boschi puri, le faggete, perché ha una chioma così fitta da non lasciar passare i raggi del sole. Non crescono piante all’ombra dei faggi, ma solo pochi fiori primaverili. Le faggete possono essere considerate un superorganismo, perché tutte le piante sono collegate fra loro tramite le radici.

L’albero di faggio si riconosce bene anche in inverno, perché ha una caratteristica corteccia grigio chiaro, che non si fessura mai!
Il legno è ottimo per essere lavorato al tornio, per farne mobili e traverse ferroviarie. Ha un caratteristico colore rossiccio.

La ghiandaia è un ottimo alleato per la diffusione del faggio: secondo gli ultimi studi, essa nasconde ghiande e faggiòle in circa 10.000 posti diversi, ma poi non li ritrova tutti.

Nel territorio

Coi suoi frutti tostati veniva fatto un surrogato del caffè. Dalle faggiòle si estraeva anche un olio, di qualità inferiore solo all’olio di oliva!

Il faggio è chiamato localmente “fania”. La località Fania, è dedicata ad un enorme faggio che cresceva davanti al rifugio UOEI, di cui oggi rimane solo la base dell’antico tronco. Nei pressi sono presenti comunque altre fanie di notevoli dimensioni.

Seppure le faggete si trovano in genere oltre i mille metri di altitudine, attorno a Pruno, si trovano alcuni esemplari maestosi di faggio: nella piazza della Serra in fondo al paese di Volegno, sopra a Orzale lungo il sentiero 7 sotto una bella casa isolata; sopra il Pianello e in località Costa a Pruno.

Agrifoglio

AGRIFOGLIO – Ilex aquifolium L.

“Ed ecco l’agrifoglio che è così generoso: compiacere tutti è il suo intento”

Canto medievale inglese

Tasso e agrifoglio sono le uniche specie arboree tanto tolleranti dell’ombra, da poter crescere sotto la copertura della faggeta.

La specie è dioica, cioè ci sono individui maschi (con soli fiori maschili) e individui femmine (con soli fiori femminili) distinti.

Le piante più grandi presentano un caso curioso di eterofillia (cioè di foglie diverse): quelle in basso hanno margine spinoso per difendersi dagli erbivori, mentre in alto le foglie hanno margine intero perché gli erbivori non ci arrivano più!

La pianta è velenosa, ma gli uccelli ne mangiano le bacche rosse.

Ha una crescita lenta perciò il legno è molto duro. Può essere usato in sostituzione dell’ebano per manici di teiere o altro vasellame soggetto ad alte temperature. La corteccia contiene tannino e una sostanza vischiosa usata un tempo per  fare la colla e, spalmato sui rami, per catturare gli insetti. Può vivere fino a 300 anni.

Il matè, bevanda nazionale argentina contenente caffeina, viene ricavata da una pianta sempreverde parente stretta dell’agrifoglio (Ilex paraguariensis).

Localmente

Se ne trovano lungo il sentiero che sale verso Collemezzana da Orzale, oltre al grande esemplare appena sopra la locanda Poveromo e un altro sul Pianello (entrambi individui femminili).

Veniva piantato accanto alle case, perché si riteneva che le proteggesse dai sortilegi e se ne appendevano rametti alla porta delle stalle per propiziare la fecondità delle bestie.

Come il pungitopo, veniva usato per proteggere le provviste dall’assalto dei roditori.

Carpino nero

CARPINO NEROOstrya carpinifolia Scop.

Frascinaia, lizza della Crepata

“Il carpino ama il terreno sassoso dove gli stenti incurvano la vita. Cresce sfruttando quella poca sostanza che la natura gli concede. Si nutre di rari e preziosi cristalli, succhiati dalle radici alla madre terra, che lo rendono, negli anni, di una compattezza marmorea.”

Mauro Corona

Il suo nome scientifico Ostrya significa ostrica, con riferimento ai frutti formati da capsule simili a conchiglie.

E’ una specie ad elevata capacità pollonifera, il che significa che una volta tagliato riesce con facilità a produrre nuovi rami dalle radici. Questa proprietà era sfruttata dai montanari per ricavarne carbone di ottima qualità.

Il legno era usato per costruire i raggi e i mozzi per le ruote dei carri, attrezzi agricoli, pezzi del telaio e bottoni, perché è particolarmente resistente.

Il carpino nero fa un caratteristico frutto che sembra una piccola pigna, molto simile ai frutti del luppolo.

Leccio

LECCIOQuercus ilex L.

“Di latte scorrevano i fiumi, di nettare i fiumi e biondo miele sillava dal verde leccio”

Ovidio

Molto longevo, può raggiungere mille anni di età.

Le foglie possono avere forme diverse: in genere hanno margine intero, ma quelle più in basso spesso hanno margine dentato che le protegge dal morso degli erbivori.

Fa parte della stessa famiglia di faggio e castagno, le fagaceae. Mentre il castagno presenta 3 semi all’interno della cupula, e il faggio 2, le querce presentano un seme singolo, la ghianda.

E’ una quercia sempreverde, come la quercia da sughero (dalla quale si distingue per la corteccia).

E’ la specie che caratterizza l’ambiente mediterraneo, dove formava estese foreste pure, le leccete, talmente ombrose che non permettevano ad altre piante di crescere nel sottosuolo. Essendo un ottimo legname, è stato fortemente utilizzato dall’uomo fin dai tempi dei Romani, per cui oggi sono poche le leccete rimaste nel loro ambiente naturale. Dove non esiste più una lecceta si è sviluppa la macchia mediterranea, che possiamo considerare una forma di degradazione rispetto al bosco originario.

Il legname infatti è utilizzabile per fare mobili e manici. Contiene tannino, utilizzato per conciare le pelli.

E’ specie amante dell’ombra (sciàfila) e molto resistente alla siccità (xeròfila). Le foglie sono coperte da una cera che le protegge da perdite di acqua durante le giornate estive più calde.

La ghiandaia è un ottimo alleato per la diffusione del leccio: secondo gli ultimi studi, essa nasconde ghiande e faggiòle in circa 10.000 posti diversi, ma poi non li sfrutta tutti.

Noce

NOCEJuglans regia L.

“Noci e pane, pasto da sovrane”

proverbio romano

Il nome juglans significa ghianda di Giove per la sua bontà. I Greci dicevano che quando l’uomo è passato dal consumo di ghiande al consumo di noci è nata la civiltà.

Il noce è uno dei più antichi alberi da frutto conosciuti e coltivati dall’uomo.

L’albero di noce è stato portato dai Greci a Roma.

L’albero è caratterizzato da grandi foglie composte (formate in genere da 7 foglioline) alterne.

E’ specie monoica come il castagno, cioè sono presenti sullo stesso individuo fiori maschili e femminili.

Il suo legno è pregiatissimo, uno dei migliori in Italia. Per questo era usanza piantare un albero di noce (e uno di ciliegio) accanto alle case in montagna: sarebbe stato fonte di ottimi frutti e, una volta grande, avrebbe fornito il legname per costruire mobili ai figlioli. 

Del Noce si utilizza anche il mallo in erboristeria e per tingere la stoffa.

È allelopatico il che significa che produce sostanze tossiche che inibiscono la crescita di altre piante sotto la sua chioma!

La noce a tre canti è considerato un portafortuna.

Secondo una credenza popolare dormire sotto un noce porterebbe mal di testa e persino febbre. Si dice che ricevere un sacchetto di noci favorisca la realizzazione dei propri desideri.

In passato si credeva alla teoria dei segni: dato che le circonvoluzioni di una noce somigliano a quelle di un cervello umano si riteneva che le noci rappresentassero un rimedio sicuro contro le malattie del cervello.

In letteratura:

  • Virgilio nelle Bucoliche ricorda l’antica consuetudine di distribuire noci nei banchetti nuziali come segno di prosperità e di gettarle sul corteo che accompagnava gli sposi.
  • Manzoni racconta la leggenda dell’albero di noce che sta per essere abbattuto perché divenuto ormai sterile e che viene risparmiato dietro la promessa di un raccolto abbondantissimo dal quale si ricaveranno anche le noci per i poveri. L’albero fruttifica a meraviglia ma il padrone avido rifiuta di donarle come promesso, provocando un contro miracolo: le noci si trasformano in foglie secche!

Olmo montano

OLMO MONTANOUlmus glabra Huds.

“Tu sei un olmo, amante mio, io la vite”

William Shakeaspeare

L’olmo, presenza caratteristica delle nostre campagne, è diventato oggi raro perché duramente colpito da una malattia fungina detta grafiosi.

Tra gli altri alberi si può riconoscere facilmente per la foglia asimmetrica alla base (unico albero della nostra flora con questa caratteristica).

Questa specie di olmo è caratterizzata dal fatto di fiorire molto presto (prima ancora di mettere le foglie). 

E’ una specie eliofila, cioè particolarmente amante (e bisognosa) del sole.

Il legno, oggi quasi impossibile da trovare, era pregiato: quasi impossibile da rompere e molto resistente in acqua. Era usato per fare tubature, sedie e ruote, ma anche palafitte!

I frutti sono delle piccole samare (dischetti tondi) con il seme al centro e 2 ali che lo 

avvolgono. In alcune zone erano detti “Pan di maggiolino” e consumati in insalata.

Ma in campagna l’olmo era un prezioso alleato dell’uomo soprattutto come tutore della vite (usato come palo vivo per farla arrampicare) e come foraggio particolarmente gradito alle bestie.

Oltre al terribile attacco di grafiosi, l’olmo è stato anche il primo albero a risentire dell’inquinamento!

Per le api l’olmo rappresenta una importante fonte di polline alla ripresa dell’attività dopo il riposo invernale, quando il raccolto può essere rappresentato anche interamente dal suo polline sottoforma di palline color rosa.

Nella letteratura e nella tradizione:

  • Shakespeare nella Commedia degli Equivoci fa dire alla protagonista: “Tu sei un olmo, amante mio, io la vite” (a significare un abbraccio e un sostegno come quello tra la vite e il suo tutore).
  • una tradizione Hokkaido (Giappone) vuole che l’olmo fosse il primo albero ad apparire sulla terra per donare il fuoco all’Uomo. Infatti le radici secche strofinate sprizzano scintille! Non solo: dalle sue fibre macerate a lungo si possono ricavare vesti; le foglie sono ottimo foraggio, i frutti cibo per l’uomo e il legno duro e pregiato.

Nel nostro territorio se ne trova un esemplare splendido presso il ponte romanico, un altro altrettanto maestoso in località Mezzomare e due enormi presso l’attraversamento del canale della Capriola lungo il percorso verso il santuario di San Leonardo.

Orniello

ORNIELLOFraxinus ornus L.

“Nonostante il corpo grazioso, il frassino, è un legno duro e tenace, dal carattere buono e pronto a sopportare i pesi della vita.”

Mauro Corona

Ha una caratteristica gemma vellutata color grigio.

Le foglie sono composte e opposte. Crescono contemporaneamente ai fiori.

I fiori sono portati in pannocchie molto profumate, che coprono completamente la pianta in primavera. Per le api il frassino rappresenta un’ottima fonte di polline, le cui palline giallo chiaro possono costituire oltre metà del raccolto.

La corteccia è liscia e chiara.

Questo frassino è conosciuto anche col come di albero della manna, perché incidendone il tronco se ne può ricavare il dolce liquido. Sono necessarie condizioni climatiche specifiche, perciò la manna è un prodotto tipico siciliano molto limitato localmente.

E’ una pianta particolarmente resistente allo stress ambientale causato dall’inquinamento.

La corteccia veniva usata come febbrifugo nella medicina popolare.

Tasso

TASSO – Taxus baccata L.

“I minuti tassi del camposanto al vento fremono invernale”
Verlaine

Conosciuto col nome di albero della morte a causa della sua elevata tossicità, motivo per cui era usato per costruire frecce.

E’ un albero molto longevo, che può raggiungere i 2000 anni di età.

Tasso e agrifoglio sono le uniche specie arboree tanto tolleranti dell’ombra, da poter crescere sotto la copertura della faggeta.

Il suo legno arancione – bruno con delle belle venature ed elastico è utilizzato per farne archi (oltre che frecce velenose!).

Essendo un legno durissimo, l’albero non veniva mai tagliato.

E’ resistente all’inquinamento.

Tutta la pianta è velenosa, tranne l’arillo (la polpa rossa del frutto), ma il seme interno è assolutamente la parte più tossica.

Localmente:

un esemplare meraviglioso di tasso si trova sul Pianello, un altro di notevoli dimensioni sulle piane in località Culicchiaia. Un celebre tasso è quello che adorna la piazzetta della fonte davanti al rifugio Forte dei Marmi, che si riempie di bacche rosse (si tratta infatti di un individuo femminile)

Acero campestre

ACERO CAMPESTREAcer campestre L.

Pianello

“Un parco ampio e rigoglioso di olmi, platani, faggi, aceri, betulle, ricco di tutte le gradazioni nei colori delle sue foglie turgide, fresche, scintillanti. Le vette degli alberi stormivano leggermente. Spirava da essi un’aria deliziosa, umida, balsamica.”

Thomas Mann

Il legno dell’acero è adatto alla fabbricazione di strumenti musicali. Viene usato per il fondo, le fasce laterali e i manici dei violini. Fu Antonio Stradivari, nel XVII secolo, il primo liutaio ad utilizzare il ponte di acero per sostenere le corde.

E’ stato in passato usato per fare carbone e come tutore della vite. 

Il legno era adoperato un tempo per fare lance.

Ha le foglie portate opposte sul rametto.

I suoi frutti sono caratteristiche “disamare”, cioè semi doppi con ali orizzontali simili alle pale di un’elica di elicottero.